VIOLENZA E’ VIOLARE”… IN TUTTE LE SUE FORME!
In questo articolo i bimbi non vengono mai nominati ma, in realtà, sono protagonisti quanto vittime, della violenza adulta espressa in qualsiasi forma si volgia considerare. Una fotografia fedele, criticamente costruttiva ed equilibrata dei difficili rapporti tra uomo e donna entro i quali i bambini ... sopravvivono.
Autore: Dott.ssa Romina Pacitto, Mediatrice familiare, Roma. Volontaria CG.
Nel mondo una donna su tre almeno una volta nella vita è stata violentata, aggredita, obbligata ad avere relazioni sessuali” ...queste le parole pronunciate dal Segretario Generale dell’O.N.U. Ban Ki-Moon, “Una chiamata globale all’azione, rivolta non solo ai governi ed alle organizzazioni internazionali ma anche ai leader del settore privato. I businessman che orientano le dinamiche nel mondo del lavoro hanno un ruolo fondamentale nella battaglia contro la violenza cui ogni giorno sono sottoposte milioni di donne bambine e bambini. Stiamo parlando di un crimine che lede la dignità delle persone e non può essere giustificato in nessuna delle sue manifestazioni”. (Il giornale.it)
In Italia 6 milioni e mezzo di donne hanno subito nella vita una forma di violenza fisica o sessuale, numeri denunciati da una ricerca dell’ISTAT e confermati dal Viminale che nel resoconto mettono in evidenza una fascia d’età compresa tra i 25 ed i 40 anni, abusate, maltrattate, vessate, umiliate, donne diplomate e laureate, socialmente impegnate, con ruoli più o meno importanti ma comunque impegnate e anche madri, donne che hanno pagato con un sopruso la propria emancipazione culturale, sociale, economica.
La donna ha iniziato a veder-si fuori dalle mura domestiche muovendo i primi passi verso quel diritto definito parità rispetto al voto, allo studio, al lavoro ad un salario e a condizioni di lavoro adeguate, al diritto di scegliere di essere sé stessa, la donna si è affrancata da quella atavica percezione e condizione di inferiorità, proprietà del padre, asservita al marito, dedita alla casa ed ai figli, la donna del focolare e l’etichetta di esclusivo appannaggio alla famiglia sono state superate per lasciare uno spazio proprio ad una dimensione ad un ruolo a capacità personali, il riflesso di una personalità in grado di farsi valere per ciò che è realmente al di là di luoghi comuni e dei pre-concetti.
Eppure ogni giorno da nord a sud 7 donne subiscono abusi di qualsiasi genere, una condizione pericolosa… la loro!!!
E se è rischioso camminare in una strada semideserta da sole, nella penombra, attraversare un parco, arrivare in fondo al parcheggio, percorrere i corridoi della metropolitana… la casa lo è ancora di più, tra le mura domestiche la violenza si confonde con gli affetti, la famiglia può diventare un luogo pericoloso se la donna è costretta a tollerare, sopportare, subire in silenzio… la violenza si rifugia laddove il potere maschile è da sempre considerato naturale, com’è naturale pensare che per amore si sia disposti a fare tutto ma le denunce, i fatti di cronaca, i dati raccolti, gettano un’ombra sul tessuto delle relazioni uomo donna.
Conoscere è importante, ri-conoscere (l’Altro) è invece fondamentale.
Violenza è violare, oltraggiare-invadere, violare l’intimità di una persona, agire sulla sua psiche, approfittare della sua debolezza, sopraffarla fisicamente, mentalmente, economicamente.
La violenza non è un problema di ordine pubblico, di sicurezza, di cultura, né un crimine che appartiene solo ad altri paesi che si identificano in tradizioni, credenze, appartenenze religiose, occorre allora agire su una cultura che produce violenza perché violare l’altro significa non ri-conoscere l’altro, non ri-conoscerne i valori, la personalità, la libertà, le capacità ed insieme le differenze che lo rendono un altro/a da sé, e nella sua unicità il rispetto!!!
Occorre uscire dal silenzio e denunciare interrompendo un ciclo fatto di paura, dolore, rassegnazione, trovare la forza di denunciare significa dare un nome e spezzare un processo che vede la vittima protagonista due volte, la donna abusata è terrorizzata ma soprattutto si vergogna, si sente in colpa, si chiude in sé stessa, quando poi a violare è stato il partner (membro di famiglia o amico) il dolore è tanto più forte, pervasivo, insopportabile come lo è pensare che a tradire, a fare male, possa essere stato il compagno.
Si perde la fiducia nell’altro, l’abuso diventa intollerabile tanto da cercare psichicamente una soluzione, sentirsi responsabili diventa il modo più naturale e semplice per controllare l’evento stesso:
“l’ho provocato… è colpa mia… me la sono cercata” per evitare che accada di nuovo si diventa ciechi sordi, silenti, in qualche modo complice di un agire il cui scopo è eliminare ed eliminar-si come persona… come donna con la grazia e la bellezza proprie della femmina, per sopravvivere psichicamente invece di veder-si sanguinante, dolorante, sofferente si fa calare il sipario disconoscendo sé stessa, spezzando così la propria femminilità!
Occorre rompere l’isolamento, “narrare sé stessa” ri-partendo là… dove la storia è stata violentemente interrotta, è necessario dare un nome all’evento, ri-costruire il proprio vissuto attra-verso immagini mentali, emozioni, parole … “sentire” il suono della propria voce raccontare, sentir-si narrare per riconoscer-si e ri-trovare la propria dimensione e fisicità, la stima e la fiducia di sé …e ricominciare a camminare!
La tematica rispetto alla violenza ne uscirebbe impoverita se la riflessione prendesse un’unica strada, ignorata e sottaciuta la violenza ai danni dell’uomo viaggia parallelamente stesso binario, il pregiudizio sociale porta ad identificare l’uomo con il cattivo, il bruto che assale la sua vittima, che tra le mura di casa insulta, picchia, abusa della sua donna oggetto eppure accade anche il contrario e cioè che ad essere maltrattato, umiliato, ridicolizzato, vessato sia l’uomo che raramente denuncia per imbarazzo debolezza, inettitudine, paura.
Le risposte immediate dinanzi a situazioni simili sono ironia, incredulità, giudizio e pregiudizio ma in fondo anche l’uomo diventa una vittima come accade ai papà accusati di incesto… i dati riferiscono continuamente di false accuse, un’accusa pesante che mette in discussione tutto ciò che è stato sino ad un momento prima, l’uomo probo, stacanovista, il più degno dei padri viene privato di tutto ma soprattutto della sua dignità!
L’uomo che dalla separazione ne esce sconfitto dal punto di vista economico e sociale, ostacolato nella normale frequentazione dei figli, defraudato del naturale ruolo paterno, figli mobbizzati-alienati che rifiutano di stare con lui, lui ha perso ancora prima di cominciare!
L’uomo che non trova o ha perso l’impiego, sofferente al pensiero di non riuscire a provvedere al benessere della famiglia, che sul posto di lavoro deve subire la supremazia del capo o di colleghi invidiosi pronti a sostituirlo non appena lui abbassa la guardia, il papà che rincasa tardi e non riesce a giocare con i figli, emotivamente lontano dalla compagna con la quale non riesce a parlare perché magari lei non vuole discutere se non della quotidianità del menage, incapace di avvicinar-si e por-si semplicemente in ascolto, come se fossero due estranei… frustrazione, malessere, senso di inadeguatezza, sofferenza sono vissuti e sentiti anche dall’uomo e lo vivono come dramma interiore!!!
Il pregiudizio poi miete molte vittime, il pre-giudizio sociale: se è l’uomo ad essere maltrattato è immediato addossargli la colpa, come fosse una conseguenza del suo stesso agire verso… se non riesce ad integrarsi è lui che non si adatta al prototipo di maschio; il pregiudizio dei sistemi legislativi:
rispetto ai parametri di valutazione della violenza perché quando l’aggressore è un uomo ci si preoccupa “naturalmente” di chi ha subito “necessariamente” violenza, mentre quando è la donna ad abusare si cercano le cause che l’hanno portata ad agire, quasi che la violenza sia intrinseca ad una patologia, incorrendo in errori di valutazione che non favoriscono interventi mirati.
Quando si parla di violenza è importante riflettere sul concetto di persona, occorre cioè “centrare” l’attenzione sulla violenza che può assumere diverse forme e sul presupposto imprescindibile che l’abuso è stato compiuto da un individuo ai danni di un’altro individuo!!
Spostando il pensiero dalla violenza di genere il problema verrebbe affrontato non più in termini di sesso uomo-donna, verrebbe invece riportato sul piano umano ed affrontato in termini di tutela, prevenzione, difesa della persona!
Spostare l’attenzione dalla violenza di genere permette così di ri-conoscere anche altre forme di abuso: mobbing e stalking sono e rappresentano forme di maltrattamento tese a distruggere la vittima, facendone crollare sicurezza, autostima fiducia, un gioco perverso innescato per provocare disagio, tormento, malessere.
Forme di violenza che nella maggior parte dei casi non lasciano segni visibili ma hanno ugualmente effetti devastanti, il mobbizzato si sente emarginato, allontanato, deriso, umiliato… la vittima è portata ad uscire dal branco, il termine di derivazione etologica indica proprio l’allontanamento dal gruppo sociale, la persona si sente in trappola, la sensazione di soffocamento è invadente, co-stretto in un ambiente in cui non ci si sente a proprio agio, la sensazione primordiale di fuggire porta ad isolarsi, a sentirsi inadeguati rispetto all’ambiente ed alle persone.
Alla stessa stregua lo stalking è una forma di persecuzione costante, ossessiva, maniacale… telefonate continue, sms ripetuti, irruzioni sul posto di lavoro e nei luoghi frequentati abitudinariamente, una strategia di controllo morbosa che arriva ai pedinamenti, alla sorveglianza.
Il persecutore vuole esercitare il suo potere sotto forma di controllo, uno sfinimento logorante che annienta la resistenza e la voglia di reagire della vittima stessa!.
In Italia le condotte tipiche dello stalking configurano il reato di "atti persecutori" (art. 612-bis c.p.), introdotto con il D.L. 23 febbraio 2009, n. 11 (decreto Maroni).
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Condivisione delle emozioni e prevenzione dell'abuso sessuale di minori.
"Se un uomo parte con delle certezze finirà con dei dubbi; ma se si accontenta di iniziare con qualche dubbio, arriverà alla fine a qualche certezza".(F.Bacone)
La riflessione verte sull'importanza di riconoscere i propri stati d'animo e saper condividere con la famiglia sentimenti ed emozioni.
RIFLETTERE SULLA CONDIVISIONE DELLA PROPRIA INTERIORITA’ IN FAMIGLIA.
La condivisione della propria vita interiore costituisce uno degli aspetti più profondi e costruttivi del dialogo di tutti i componenti: tra i coniugi, tra genitori e figli e tra fratelli.
Ai giorni nostri, dove la praticità e l’efficienza è predominante, il valore formativo ed educativo dello scambio e condivisione di sentimenti ed emozioni sembra meno favorito rispetto a quello dello scopo concreto, per cui se dire una cosa serve a uno scopo pratico e profittevole la si dice, altrimenti si tace. In realtà la comunicazione, se vuol essere completa e autentica, non può limitarsi a ragionamenti, opinioni, notizie, dire delle cose da fare o non fare ma, deve arrivare ad essere un ‘dire di sé’: i miei sentimenti, le mie emozioni, stati d’animo che provo di fronte a situazioni ed accadimenti.
Per fare questo, però, occorre riconoscere un buon ascolto e dialogo con se stessi e dare un nome alle proprie emozioni, affinché i figli imparino a riconoscerle nei genitori e poi in se stessi, per poterle gestire. Per questo fondamentale motivo è importante che emozioni e sentimenti siano condivisi: anche quelli che socialmente riteniamo meno edificanti come la rabbia, la frustrazione, la tristezza, l’invidia, la gelosia, ecc.. La capacità e responsabilità di un adulto sta nel mediare l’intensità con cui si manifestano le proprie emozioni e nelle modalità con cui si condividono.
Alcune domande che vi sono state rivolte avevano proprio il fine di farvi notare e cogliere l’immediatezza ed agio con il quale individuate e riconoscete le vostre emozioni e cosa crea disagio, imbarazzo o rifiuto. Una percezione di disagio, imbarazzo o rifiuto non è comunque errata ma, quel che veramente conta è il fatto che vi sia un riconoscimento e un’accettazione del proprio sentire, l’intenzione di direzionare la propria condotta emotiva in una direzione educativamente costruttiva.
I bambini colgono, sentono, vivono ciò che noi siamo, è perciò controproducente, per il nostro e il loro benessere tendere alla perfezione senza costruire un rapporto onesto, coerente e sereno con loro e con i nostri cari.
E’ importante quindi riconoscere ed esprimere se stessi, i propri pregi, i propri limiti, difficoltà, parlandone e motivandoli. In questo modo trasferiamo al bambino che non sempre si è aperti ed efficienti su ogni fronte e che, l’intimo ed i tempi interiori di ogni persona vanno accolti e rispettati. Se concediamo e chiediamo rispetto per la nostra persona, i figli impareranno, non solo a farlo verso i genitori ma a volere tale rispetto anche
per se stessi. Questo è un elemento cruciale nella prevenzione ai maltrattamenti ed agli abusi sessuali a danno dei minori.
Dimostrare di accogliere con obiettività e serenità alcuni “limiti” personali trasmette ai figli il concetto che una persona/se stesso non deve per forza sempre essere “perfetto” e “pronto” rispetto alle aspettative di tutti.
SUGGERIMENTI
Se le domande vi hanno messo in difficoltà o vi hanno fatto cogliere resistenze, limiti nei confronti di alcune particolari emozioni situazioni o vissuti emotivamente carichi, condividiamo il nostro pensiero e i nostri sentimenti con persone affettivamente importanti.
Sarebbe utile creare la giusta complicità ed interscambio con il proprio partner o coniuge per affrontare insieme ai figli, vissuti o argomenti che creano disagio (ad esempio, tra le più comuni: educazione sessuale ed affettiva, educazione alla prevenzione degli abusi sessuali).
Osserviamo, ascoltiamo i nostri figli nella quotidianità, cogliamo col cuore ciò che sono le loro paure, i loro entusiasmi, le loro insicurezza, il loro essere (dalle loro parole, dai loro movimenti, dai giochi, dai disegni).
Proviamo ad esprimere in modo onesto ciò che pensiamo, le nostre difficoltà, le nostre aspettative verso gli altri significativi, senza creare fraintendimenti, frustrazioni e delusioni. Questa apertura ci rende più facili essere coerenti e soddisfatti e insegna ai bambini ad essere più espliciti, aperti e diretti nel riconoscere le proprie necessità, esprimerle e condividerle.
Esprimiamoci in modo concreto; i bambini ci guardano e saranno ciò che di noi vedono e percepiscono più che delle belle parole che spenderemo con e per loro. Il modello comportamentale è fondamentale per uno sviluppo armonico e sereno dei figli.
DIALOGO E CONDIVISIONE IN FAMIGLIA DI SENTIMENTI, EMOZIONI, STATI D’ANIMO, NELLA PREVENZIONE AGLI ABUSI SESSUALI.
La famiglia è la manifestazione più compiuta di quella esperienza fondamentale della persona che è la relazione con l’altro. I bambini si comporteranno nella comunità secondo la qualità e modalità di relazione acquisite e sperimentate nella propria famiglia.
Il pedofilo approfitta della grande differenza esistente nei rapporti di forza tra lui ed il bambino, per persuaderlo o costringerlo alla partecipazione di un atto sessuale. Il pedofilo approfitta del rapporto affettivo e di fiducia instaurato con il bambino per ottenere ciò che vuole: la propria soddisfazione sessuale. Inoltre, il pedofilo obbliga il bambino alla
segretezza, condannandolo al silenzio della solitudine, del senso di colpa, di paura per se e per i propri genitori, di non essere creduto…. mettendolo così nell'impossibilità di difendersi e di chiedere aiuto.
Per poter aiutare i bambini a non rimanere vittima degli adulti occorre formarli nel riconoscere le situazioni, i comportamenti, le richieste del pedofilo; i retaggi psicologici che il pedofilo mette in atto per indurlo al silenzio ed isolamento; come e a chi chiedere aiuto. In nostro progetto “Dalla parte dei bambini” agisce su tutti gli elementi appena accennati. Per i bimbi in età prescolare, per i quali è difficile poter esprimere a parole un’esperienza di abuso o maltrattamento è fondamentale informare i genitori sul riconoscimento dei comportamenti/segnali/sintomi, rivelatori nel bambino molto piccolo ed in età scolare.
Con i propri figli, attraverso una relazione affettiva equilibrata, aperta, empatica e mirata, si trasferiscono le basi non solo della identità sessuale ma anche si trasferiscono concetti e modelli comportamentali propri dell’educazione sessuale ed affettiva, il valore e rispetto del proprio ed altrui corpo.
Comunicare e raccontare la realtà ai bambini, significa renderli consapevoli e capaci di riconoscere i "segnali di pericolo" ed insegnare cosa possono fare per prevenirli o risolverli (prevenzione primaria).
I bambini in età prescolare non sono pronti per discutere in dettaglio sull'argomento, ma, possono imparare come i propri sentimenti ed emozioni (importanza della condivisione di emozioni e sentimenti) possono aiutarli a prendere decisioni che riguardino il proprio corpo, e a comunicare queste decisioni agli altri e farle rispettare. Questo tipo di apprendimento serve come primo passo vitale per proteggersi dall'abuso sessuale.
In Italia è ancora agli albori una cultura della prevenzione agli abusi sessuali ed è invece più radicato un atteggiamento di negazione, rimozione o nel demandare ad altri il compito ad altri di affrontare sotto ogni profilo l’esperienza di abuso subita dal proprio bambino. Questo tipo di atteggiamento, oltre a sottintendere una personale incapacità o senso di inadeguatezza ad affrontare la sessualità propria e dei figli, sottrae dal delicato e sofferto compito e responsabilità genitoriale di sostenere un figlio abusato sessualmente e ricostruire con lui/lei un nuovo equilibrio personale e familiare.
Spesso gli adulti si giustificano la reticenza nell’affrontare con i bimbi la formazione di prevenzione all’abuso sessuale affermando "Non vogliamo turbare la serenità del bambino, affrontando questo argomento così delicato… mio figlio/a è ancora immaturo/a..." ma, così facendo, esprimono il loro personale imbarazzo e mancanza di adeguate argomentazioni in tema di sessualità. Non formando il bambino verso una completa e corretta informazione lo si espone ai pericoli.
Un mito, tra i tanti, da sfatare rispetto nell’affrontare con i propri figli il tema della sessualità e soprattutto, della prevenzione agli abusi sessuali: "Parlare di abuso sessuale spaventa i bambini". Parlare di sicurezza rispetto all’educazione stradale, non toglie ai bambini la voglia di andare a passeggio o essere autonomi in tal senso: insegna loro i possibili pericoli e come evitarli.
Parlare con i figli di educazione sessuale, affettiva, di prevenzione all’abuso incoraggia e sostiene la costruzione di una sessualità soggettiva e gratificante.
Un percorso fluido e sereno sulla sessualità ed affettività permette ai bambini di fare proprio il diritto, inviolabile, di dire N0, agli adulti che fanno richieste alle quali essi non vogliono acconsentire o sono in conflitto con i loro sentimenti ed educazione.
SUGGERIMENTI:
Far comprendere ai bambini che, se hanno un problema, non importa quanto grande o piccolo sia, ci sono persone che possono aiutarli.
Quando si parla di maltrattamento e pedofilia ai bambini (o parlate con altri adulti con i bimbi presenti, anche se sembrano non prestare attenzione) o li rassicurate sul Vs. intervento in caso di problemi, evitate di utilizzare espressioni ed atteggiamenti aggressivi: “io lo ammazzo… lo picchio a sangue… io lo massacro anche se poi mi mettono in galera …. ecc.” perché spaventando i bambini o inducendoli a preoccuparsi per il nostro benessere, non si agevola la loro apertura e fiducia. Amore, accoglimento, ascolto, empatia, fiducia ed autorevolezza sono i comportamenti ed emozioni che garantiscono che i figli Vi considerino i depositari primi, di ogni segreto, anche del più terribile.
Per superare l’imbarazzo o peggio, il segreto e silenzio legato all’argomento dell’abuso sessuale, anche con i bambini occorrere verbalizzare, parlare della sessualità, tenendo ben presente il valore della dimensione affettiva e relazionale, di cui abbiamo ampiamente scritto sopra. In questa ottica, la prevenzione contro gli abusi, cessa di essere un tabù, uno spauracchio dal cui guardarsi o delegare ad altri, per divenire uno strategico strumento di crescita per i bambini, i genitori, la famiglia e società stessa.
Per la loro sicurezza, dare informazioni ai bimbi sull’abuso e/o molestie è importante quanto insegnare loro a stare attenti se vanno a giocare in acqua, se sono accanto al fuoco, se usano gli elettrodomestici, se sono per strada… Non sono i contenuti delle informazioni a spaventare i bambini ma la loro inadeguatezza o superficialità con cui si espongono ad esse (televisione compresa o discussioni tra persone adulte alle quali i bimbi, sembra, non prestino attenzione).
Se vi è il solo dubbio che il bambino abbia visto immagini e/o ascoltato conversazioni/notizie che non può comprendere appieno in considerazione dell’età ed esperienza, è doveroso affrontare quanto accaduto e fornire tutte le informazioni e rassicurazioni che il caso richiede.
I bambini vittime di abuso devono sapere che "ciò che è accaduto" non è colpa loro, che non sono soli e che molte persone sono in gradi di aiutarli; genitori in prima linea con l’aiuto di persone anche esterne (prevenzione terziaria).
Non abbiate timore o vergogna a chiedere consiglio, supporto o l’aiuto di persone competenti per poter affrontare al meglio con i vostri figli argomenti così importanti come l’educazione sessuale e l’abuso.
Non esitate a denunciare casi di abuso o segnalare le situazioni sospette.
Jerta Chiari, Silvia Carnini
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Bambini in cerca di emozioni.
Se l’adulto sano, adeguatamente supportato, ha in sé le risorse interne per elaborare le proprie emozioni, i bambini hanno bisogno di molto aiuto. Elaborare emozioni cattive e dolorose significa riuscire a sentirle completamente e pensarle, invece che evitare di provarle.
Spesso è difficile riflettere sulle nostre fragilità, sui nostri disagi, ancor più se profondi e mai espressi. E’ difficile altresì fare i conti ed esprimere adeguatamente le emozioni negative che si associano a queste esperienze.
Queste capacità, di contro, è il fondamento del nostro benessere psicologico.
Sul piano collettivo non riceviamo certo incoraggiamenti a vivere le nostre fragilità e disagi di esseri umani. Viviamo in una società fatta di immagine esteriore in cui esprimere la fragilità e la difficoltà di sentirsi accettati per quello che si è realmente dentro, risulta difficile, quasi vergognoso.
L’immagine sociale, di consenso e di successo è quella ammantata di salute, forza e potere. Ma nello stesso tempo si avverte la necessità di dare spazio ed espressione al proprio mondo interno nel quale “abitano” i reali stati d’animo che ognuno di noi in contatto con l’umano e il vero, vive al suo interno.
L’assertività, come capacità di dare adeguata ed efficace espressione alle proprie opinioni ed emozioni, è un elemento fondante del benessere psicologico.
Se l’adulto sano, adeguatamente supportato, ha in sé le risorse interne per elaborare le proprie emozioni, i bambini hanno bisogno di molto aiuto. Elaborare emozioni cattive e dolorose significa riuscire a sentirle completamente e pensarle, invece che evitare di provarle.
Quando un bambino deve elaborare delle emozioni ha bisogno di un adulto empatico che gli offra un ascolto di qualità e molta comprensione. Se queste emozioni non vengono elaborate, i piccoli - che non hanno i mezzi di noi adulti - possono sfogarle in manifestazioni estreme. I bambini non sono dotati come noi di strategie sofisticate per sopportare e gestire le emozioni complicate. Non hanno risorse interne per regolare il proprio livello di eccitazione emotiva. Le conseguenze più dolorose sono bullismo, comportamenti aggressivi, difficoltà di apprendimento, enuresi notturna, incontinenza fecale, ansia di separazione, problemi di concentrazione, iperattività, ossessioni, fobie, disturbi del sonno o un costante stato di paura, ansia o infelicità.
La prima cosa che viene da pensare è quella che per venire a capo delle loro emozioni i bambini hanno bisogno di parlare ed essere ascoltati.
Ma come? Il problema è che i bambini non parlano con facilità delle emozioni che li tormentano. Le poche parole scelte di solito dai bambini in grado di esprimere emozioni sono "mi sto annoiando”, “sono arrabbiato”, “sono stufo”, “non è valido”. Parole o frasi che implicano un basso livello di comprensione, quando non sono fuorvianti, da parte degli adulti cui queste parole sono rivolte. Per un bambino, le parole del linguaggio e i nomi che diamo alle emozioni risultano sensorialmente troppo aridi. È come fare esperienza di parole morte. Appaiono piatte, riduttive, troppo cognitive per affascinarlo o coinvolgerlo. Questa parole non riescono ad aderire alla pura forza delle emozioni che lo attraversano di momento in momento. Nel mondo dell’immaginario, in cui lui vive, così pieno di colori, magia, immagini,azioni e luci, queste piccole parole ottuse, che si limitano a indicare le emozioni, non possono aspirare a catturare le sue esperienze immaginative e cariche di sentimento. Al contrario, le storie che gli adulti raccontano ai bambini, o le storie che i bambini raccontano agli adulti con giochi e disegni, possono parlare di emozioni con incredibile ricchezza.
Le narrazioni psicologicamente orientate (che interpretano in modo sensibile e attento la realtà del bambino trasferendola in una realtà immaginaria in modo da diminuirne l’angoscia connessa), il gioco simbolico e i disegni sono gli strumenti con cui è possibile entrare in contatto con il mondo interno dei bambini, permettere a loro di esprimersi di dare un significato a ciò che provano.
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Pedofilia: quando non vale il Segreto Professionale.
“la rivelazione di segreto professionale è legittimata se il medico ravvisa nel comportamento, negli atteggiamenti e nelle parole del paziente una situazione che mette in grave pericolo la salute o la vita di terzi”.
"La rivelazione del segreto professionale è un fatto che non trova giustificazioni. Ma in questo caso si tratta di un'eccezione restrittiva correlata ad uno “stato di necessità”, quando cioè il medico è costretto dalla necessità di salvare altre persone (in questo caso minori) dal pericolo, incombente, di grave danno alla persona stessa". E' quanto spiega il presidente della Società italiana di psichiatria, Mariano Bassi, in merito alla vicenda di Palermo, dove uno psichiatra che ha denunciato il pedofilo che aveva in cura per aver abusato delle quattro nipotine. "Il Codice penale, secondo l'articolo 622, in caso di rivelazione indebita, quindi non giustificata - spiega Bassi - prevede severe sanzioni.
Esistono però delle eccezioni. Secondo l'articolo 9 (ripreso successivamente dall'articolo 31) del Codice deontologico (che regola l'agire in campo medico), in merito alle informazioni a terzi con giuste cause di rivelazione, “la rivelazione di segreto professionale è legittimata se il medico ravvisa nel comportamento, negli atteggiamenti e nelle parole del paziente una situazione che mette in grave pericolo la salute o la vita di terzi”. In questo caso, sottolinea Bassi, “si sono rese presenti caratteristiche che hanno reso il segreto professionale assolutamente rivelabile”. In primo luogo, prosegue il presidente della Società italiana di psichiatria, “si trattava di violenze, in particolare molestie sessuali, altamente prevedibili: in caso di pedofilia, è noto che la reiterazione degli abusi è altamente prevedibile”. In secondo luogo le vittime, in questo caso, 4 minorenni, sottolinea Bassi, "erano assolutamente prevedibili ed identificabili (si sapeva infatti che erano le sue nipotine).
Non si trattava di minacce fatte in generale alla comunità o persone non definite". Tutto ciò, conclude il presidente della Sip, "legittima ampiamente la testimonianza dello psichiatra nei confronti delle autorità. Le sue rivelazioni, inoltre, hanno permesso di interrompere una spirale di abusi che avrebbe potuto seriamente compromettere la salute mentale delle piccole vittime".
(FONTE: Sca/Dire)
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LA SEPARAZIONE CONIUGALE ATTRAVERSO LA MEDIAZIONE FAMILIARE.
La Mediazione Familiare è un processo decisionale attivo all’interno del quale il Mediatore Familiare aiuta ad identificare ed a chiarire i dubbi, le incertezze e tutte le difficoltà che occorre affrontare nell’accordo di separazione personale dei coniugi.
Autore: Dott.ssa Romina Pacitto, Mediatore Familiare, Volontaria CG.
La Mediazione Familiare elimina la dolorosa atmosfera del vincitore-vinto tipica dei divorzi antagonistici favorendo, grazie ad un recuperato dialogo, la ricerca reciproca di soluzioni ragionevoli e condivise da entrambi, le decisioni emergono da un processo decisionale condotto nel pieno rispetto di un sentire comune, nessuno dei due può vincere ai danni dell’altro!
Le persone che hanno deciso di sciogliere il loro legame coniugale sono chiamate, in un percorso non antagonistico, a negoziare direttamente i propri accordi di separazione in modo vantaggioso per entrambi nella più totale riservatezza.
Il Mediatore Familiare guida le parti lungo il percorso di mediazione astenendosi dal dare giudizi, pareri o sentenze, lavora con entrambi e per entrambi, ma non impone né definisce un accordo perché non è un legale;
il Mediatore Familiare consapevole del dolore di ognuno contribuisce ad alleviarlo ma senza entrare nel merito delle questioni personali della coppia perché non è uno psicologo;
il Mediatore Familiare è un professionista accreditato con un codice deontologico ed una formazione propria, la sua esperienza e la sua preparazione ne avvalorano le capacità, è colui che lavora sul conflitto in modo che diventi produttivo, guida il percorso di mediazione lasciando il potere decisionale ai partner, li aiuta a dare vita al loro consenso, si concentra sul presente per guardare al futuro come opportunità per ciascuno di ridefinire se stessi, conosce le norme vigenti in materia ma non le impone…ne sorveglia il rispetto.
La separazione coniugale attraverso la Mediazione Familiare:
- non è antagonistica ma reciproca, prevede la presenza di entrambi, le decisioni sono prese insieme per cui o si è d’accordo o non c’è nessun accordo,
- aiuta a chiarire le aree conflittuali, entrambi i partner soffrono per la fine del loro rapporto, rabbia, delusione, ansia si palesano momento per momento bloccando ogni tipo di conversazione, il Mediatore Familiare aiuta a delimitare il conflitto per discutere in maniera produttiva,
- dà potere alle persone, nel senso che sono loro stessi ad essere responsabili delle decisioni che riguardano il loro domani, si esce dalle trattative con un nuovo senso di dignità e con le idee più chiare su se stessi e su ciò che offre il futuro,
- è la soluzione migliore per i figli troppo spesso spettatori di dinamiche familiari inadeguate, protagonisti inconsapevoli di una riorganizzazione dell’assetto familiare. I figli vanno rispettati per ciò che sono e per quello che saranno, devono essere tutelati ed amati da entrambi, a loro va garantito il diritto alla bi-genitorialità, una genitorialità consapevole e responsabile che veda entrambi i genitori direttamente impegnati nel loro cammino di crescita,
- ridimensiona tempi e costi di una procedura di separazione/divorzio tradizionale, la tempistica si snellisce grazie alla collaborazione tra professionisti, mentre la spesa economica si riduce notevolmente,
- la prima consultazione è gratuita e senza impegno, nel corso di essa viene illustrato come avviene un percorso di Mediazione Familiare, si pongono domande, si chiariscono dubbi, entrambi ricevono le stesse informazioni per cui entrambi sono sullo stesso piano, il clima è confidenziale ma contemporaneamente quanto viene detto in mediazione è vincolato al segreto professionale.
Gli incontri successivi vengono corrisposti ad ogni appuntamento, non si richiede un anticipo ed è possibile la formulazione di un pacchetto di incontri, generalmente in meno di tre mesi si raggiunge un Accordo frutto del consenso.
Sarà il rispettivo Avvocato ad incorporare l’Accordo di Separazione, raggiunto in Mediazione Familiare, nella documentazione legale necessaria per omologare la separazione consensuale o il divorzio in Tribunale.
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Essere genitore o essere un amico per i propri figli adolescenti?.
Il ruolo dell’amico dei propri figli non deve mai sostituire quello di genitore. Semmai, ci si deve sforzare di essere un genitore più accogliente, disponibile, comprensivo, propositivo, positivo, costruttivo che, è ben diverso dal comportarsi come o “peggio” dei propri figli adolescenti.
I genitori vivono spesso un senso di smarrimento di fronte al passaggio adolescenziale dei propri figli in cui i ragazzi assumano e sviluppano una personalità più complessa e completa, la quale, può apparire totalmente nuova rispetto a quella sino a quel momento nota agli adulti. I genitori abituati a confrontarsi con i sentimenti ed esigenze di un bambino, possono provare senso di disorientamento, percepirsi incapaci e/o frustrati.
L’adolescenza è contraddistinta dalla necessità di “staccarsi” dall’identità famigliare riconosciuta per ricercare e sviluppare una personalità individuale, autonoma.
Ladolescenza rappresenta una fase di transizione dove l’adolescente non si riconosce nel ruolo ed identità di bambino ma, nel contempo, non è a proprio agio con se stesso perché, la sua personalità e persona è un continuo impulso a divenire. Per gli adolescenti stessi, spesso la loro esprienza non è sempre gratificante e fonte di spensieretazza, frivolezza e divertimento come, comodamente o per falso preconcetto, si tende a credere. Diventare grandi richiede molto impegno (attivo o passivo che sia), sacrificio e comporta su alcuni fronti elevate dosi di sofferenza.
Il silenzio ostinato di alcuni adolescenti verso i familiari può essere ricondotto a due elementi fondamentali: ricerca dell’autonomia dai genitori, nel senso più ampio (il silenzio ha in questo caso ha una funzione di differenzazione ed autonomia rispetto agli adulti) e, l'altalenare tra agio e disagio, individuale quanto sociale, che la ricerca di una identità più corrispondente, complessa e completa comporta (il silenzio in questo caso è la manifestazione, il sintomo, l'effetto di una instabilità, insicurezza, disorientamento interiore, psicologico).
La capcità di un genitore di intuire e riconoscere la natura del silenzio in un adolescente, agevola il suo ruolo e lo rende efficace nell'affrontare la situazione quanto nelle proposte asostegno e favore del figlio.
Le variazioni comportamentali degli adolescenti sono fortemente collegate ad una maturazione del corpo dove, fattori ormonali e di crescita, determinano o incidono ulteriormente, sullo stato psicologico dell’adolescente.
Ciò che abbiamo scritto sopra è risaputo e dibattutissimo ma è anche vero che, quando ciò si verifica nei propri figli, le modificazioni avvengono così rapidamente che spesso i genitori, quanto gli adolescenti sono colti di “sorpresa” o “impreparati”.
Anche nelle famiglie dove il dialogo con i figli è sempre stato incentivato, durante la crisi adolescenziale, ne può risentire ma, comunque, sempre meno rispetto alle famiglie che durante l'infanzia dei propri figli, pochi investimenti hanno compiuto nel dialogo e confronto con i bambini.
Se i genitori decidono di intensificare un dialogo in concomitanza all’arrivo della crisi adolescenziale o peggio, implementare le raccomandazioni rispetto ai cambiamenti che percepiscono nei figli ed alle relative loro preoccupazioni, come esito si avrà da parte del ragazzo, una ulteriore chiusura e rifiuto.
Spesso infatti gli adolescenti lamentano e recriminano “Ma come, sino ad ora non hanno mai avuto voglia di ascoltarmi e parlare e, ora che posso fare da solo, vogliono intromettersi, impicciarsi, comandare decidere per me… ecc. ecc.”.
Questo tipo di situazione è una validissima motivazione per indurre ogni genitore a creare, da subito, con i propri figli un dialogo intenso ed emotivamente condiviso e partecipato. Se il dialogo era preesistente, gli adolescenti, per quanto restii o chiusi al confronto, non vivranno la presenza dei genitori come fatto alieno, invadente o minaccioso perché, da prima del terremoto adolescenziale, mamma e papà erano presenti nelle loro vite.
Di fronte agli atteggiamenti e comportamenti adolescenziali bisogna sempre aver ben presente i ruoli. Gli adulti sono i genitori che hanno il preciso onore quanto dovere di educare e tutelare i propri figli.
La fiducia, l’amore e l’autorevolezza degli adulti, anche se apparentemente snobbati, sminuiti, osteggiati o provocati sino a dura prova, restano i punti di riferimento forti e saldi a cui l’adolescente fa riferimento anche nello smarrimento e disorientamento di se stesso e che percepisce nel mondo esterno.
La famiglia, i genitori devono avere il ruolo si spazio in cui vi è accoglimento, serenità, ordine; tale luogo è un’oasi in cui l’adolescente può fermarsi a rifocillarsi prima di tornare ad immergersi nel turbine della vita.
Molti genitori, anziché tenere ben presente il proprio ruolo, assaliti dai dubbi, incertezze, paure e poca autostima del proprio ruolo, cedono alla tentazione di trasformarsi nell’amico di turno, pensando così di essere più vicino al mondo dell’adolescente ed essere riconosciuto ed accettato dai propri figli.
Il ruolo dell’amico dei propri figli non deve mai sostituire quello di genitore. Semmai, ci si deve sforzare di essere un genitore più accogliente, disponibile, comprensivo, propositivo, positivo, costruttivo che, è ben diverso dal comportarsi come o “peggio” dei propri figli adolescenti.
Mentre è fisiologico che un adolescente assuma comportamenti egocentrici, egoistici ed a volte superficiali ed irresponsabili, per un genitore, assumere simili comportamenti è negli esiti a medio e lungo termine, estremamente dannoso e pericoloso per i figli e la qualità del rapporto con loro.
Quindi, il genitore di un adolescente non deve diventare a sua volta adolescente o voler essere il migliore amico dei propri figli ma, crescere, modificarsi come genitore, come persona adulta, sfrorzandosi sempre ed instancabilmente di essere più attento, recettivo e assertivo nei confronti delle modificazioni che investono l’adolescente e verso le necessità e situazioni che ciò comporta.
Il genitore deve essere il mediatore in situazioni molto complesse e volubili.
Sarà di conforto ai genitori indecisi e insicuri sul da farsi, sapere che, delle indagini condotte sugli adolescenti, confermano con ampio margine che non apprezzano il comportamento dei genitori “amici dei propri figli” ma apprezzano e ricercano (anche attraverso le provocazioni consapevevoli o inconsapevoli messe in atto), rassicurazioni e riferimenti solidi e stabili che, esclusivamente la figura genitoriale può e deve, garantire.
Essere “amici dei propri figli” è quindi mantenere un comportamento consono al proprio ruolo genitoriale, dimostrando più che con le parole, con i fatti, cosa significa e comporta il divenire persone adulte. Se il genitore è soddisfatto della propria vita e la propria autostima è buona, trasferirà ai figli, nella praticità del vivere, quali siano i vantaggi ed aspetti positivi di divenire ed essere persone adulte. Il genitore, la persona adulta, sarà un modello, uno stimolo a crescere in una carta direzione compiendo certe scelte anziché altre.
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Bambini ed Autostima.
Piccoli mici, divengono grandi leoni!.
AUTOSTIMA
Che cosa è, valore psicologico ed educativo, consigli pratici.
I bambini nascono senza un'immagine di sé. L'immagine che vostro figlio riceve di se stesso dipende dagli stimoli e riscontri che riceve dall'ambiente, e in modo fondamentale dipende dai suoi genitori.
Anche se non dichiarate apertamente le aspettative che avete nei confronti dei vostri figli, ogni giorno, in base a come vi comportate e a come parlate, i bambini si creeranno un'immagine di cosa pensate di loro che li porterà a comportarsi in modo da adeguarsi all'immagine che gli fornite di loro stessi.
I bambini con bassa autostima sono quelli che provano spesso senso di inferiorità, solitari, difficilmente resistono alle pressioni sociali, tollerano poco le critiche, danno scarso rilievo ai giudizi positivi e si concentrano sui difetti.
I bambini con alta autostima tendono a essere attivi nelle richieste, provano sentimenti di accettazione, orgoglio, rispetto di sé, hanno fiducia nelle proprie capacità di affrontare le situazioni, hanno la capacità di fronteggiare l’eventuale giudizio negativo altrui.
I genitori dei bambini con buona autostima accettano il loro figlio, trasmettono regole né rigide né arbitrarie, ma sempre con confini chiari. Le richieste e le aspettative sono modulate in base all’età e capacità del bambino; promuovono l’individualità riconoscendone spazi, bisogni, emozioni.
I genitori del bambino con bassa autostima hanno invece un atteggiamento indifferente e freddo: lo ignorano, usano etichette come “sei pigro, fastidioso, etc”, mettono i bambini a confronto con altri come per es. fratelli, minacciano di lasciare a casa il bambino se non fa come dicono, sbuffano quando il bambino chiede qualcosa o vuol parlare con loro.
Ma come possono i genitori impegnarsi per promuovere una sana autostima nei figli?
Ecco alcuni importanti suggerimenti:
1.Siate un modello positivo: i genitori per primi devono coltivare la propria autostima
2. Lodate i bambini non solo per il lavoro fatto ma anche per l’impegno
3. Riconoscete i piccoli e grandi successi di vostro figlio
4. Incoraggiatelo in ciò in cui non riesce
5. Identificate i pensieri errati e rigidi del bambino e modificateli: per esempio “sono un asino in matematica” è bene dire.. la matematica è solo una delle materie.. su questa magari hai bisogno di più tempo, lavoreremo insieme!”
6. Siate spontanei ed affettuosi: fategli vedere quanto siete orgogliosi di lui
7. Aiutate il bambino ad essere coinvolto in esperienze costruttive: attività che incoraggiano la cooperazione piuttosto che la competizione
8. Se il piccolo mostra problematiche importanti che voi genitori non riuscite a gestire chiedete un aiuto professionale.
9. Infine, ricordate che è fondamentale che entrambe i genitori abbiano un atteggiamento coerente e comune con i figli. Se uno dei genitori motiva i figli, invece, l’atro genitore fa solo notare gli errori, nei bambini si creano solamente confusione e, di conseguenza, avranno scarsa fiducia in se stessi.
10. Entrambe i genitori devono dare "amore" incondizionato ai figli, indipendentemente dalle loro aspettative. I bambini vanno amati per quello che sono, e non per quello che si vorrebbe fossero.
APPROFONDIMENTO PRATICO:
Essere un esempio pratico e coerente.
L'autostima dei figli rispecchia in modo inequivocabile l'autostima dei genitori, per questo è molto importante che noi trasmettiamo loro un'immagine positiva di noi stessi, evitando di lamentarci in continuazione e di mandare messaggi pessimistici ad ogni occasione.
Spieghiamo loro, soprattutto quando hanno combinato qualcosa che ci ha fatto arrabbiare, che anche noi da piccoli abbiamo fatto arrabbiare mamma e papà, che anche noi abbiamo sbagliato,ma che siamo riusciti a migliorarci e a diventare degli adulti responsabili e che sicuramente ce la faranno a diventare come e meglio di noi.
È molto istruttivo raccontare ai nostri figli di quando noi ci siamo trovati ad affrontare le stesse difficoltà, abbiamo avuto i loro stessi problemi, abbiamo provato le stesse paure e di come le abbiamo affrontate: i ragazzi riusciranno a capire la relatività del problema che stanno affrontando e avranno la certezza di poter migliorare e arrivare a una soluzione positiva.
Dare rispetto ai figli è strettamente collegato col pretendere rispetto per voi stessi.
Non tollerate mai una mancanza di rispetto nei vostri confronti da parte di nessuno, soprattutto da parte di vostro figlio. Difficilmente, se voi date rispetto a lui, avrete bisogno di riprenderlo, ma se dovesse accadere sarebbe inutile mettersi a sbraitare o fare scenate.
Fateglielo semplicemente notare e dite chiaramente ma pacatamente che nessuno si può permettere di mancarvi di rispetto: se lui riceve rispetto da voi, è suo obbligo darvelo a sua volta.
Se il bambino è molto piccolo e, per esempio, vi fa male picchiandovi, mordendovi o pizzicandovi, non picchiatelo sulle manine solo perché così sente che vi fa male!
In questo modo gli insegnate semplicemente che è lecito picchiare e che vince il più forte.
Piuttosto, tenetegli le manine con delicatezza ma fermezza allo stesso tempo e ditegli chiaramente "No. Questo non è permesso. La mamma da te vuole solo baci!" E ricopritelo di baci e coccole. In breve tempo imparerà.
Insegnare l'autostima
Sin dalla nascita trattate vostro figlio come se fosse un essere arrivato in questo mondo già completo.
Se vi comportate con i figli come se fossero un seme che prima o poi germoglierà è come se ora fossero "niente".
Non aspettate grandi successi, lodateli fin da quando muovono i primi passi, quando pronunciano le prime parole, quando stanno imparando a leggere, così per qualunque cosa, per quanto insignificante e "dovuta" possa sembrarvi.
Fateli sentire persone di successo e come tali trattateli.
Quello che i bambini sono
Ricordiamo che la mancanza di autostima deriva dal percepire la mancanza di amore incondizionato da parte dei genitori.
Dimostrare ai figli di amarli incondizionatamente significa dimostrare loro di amarli solo per il fatto che esistono e non per quello che fanno: i genitori spesso dicono ai figli che non vogliono più bene loro perché non hanno fatto una certa cosa... non subordinate l'amore al comportamento! Ciò che i bambini temono di più è di non essere amati!
Dovete far sentire i vostri figli amati e protetti in ogni circostanza, e che il vostro affetto non hanno bisogno di guadagnarselo: se vedete e trattate i vostri figli come persone belle e importanti si sentiranno sicuramente così e avranno in questo modo sufficiente energia per amarvi a loro volta e per amare gli altri.
Se un bambino vive in un ambiente che alimenta bassa autostima e aggressività sfogherà la sua frustrazione e l'odio per se stesso verso gli altri.
Essere e fare
Quando dovete intervenire per correggere vostro figlio, correggete il suo comportamento, non lui! Il bambino deve sentirsi degno d'amore in ogni momento, anche se commette qualcosa che noi riteniamo sbagliato.
Ogni genitore ama incondizionatamente i propri figli, ma i figli si sentono amati solo se voi vi comportate con loro in modo da far sentire che li accettate così come sono, in ogni momento e in ogni circostanza.
Per questo è molto importante separare l'essere dal fare.
Se vostro figlio si comporta in un modo che non vi piace non attaccate il suo essere, ma il suo comportamento.
Per esempio Siamo al supermercato. Il bambino dopo un'ora sul carrello arriva alla cassa e deve ancora aspettare, cominciando a dare segni di impazienza. "Fai il bravo!" "Sempre la stessa storia!" "Sei proprio un bambino capriccioso".
Mettiamoci nei suoi panni, esempio pratico:
un bambino, soprattutto se piccolo, ha solo un desiderio: imparare. I bambini per imparare devono toccare, assaggiare e muoversi. Pretendere che un bambino di 1 anno o 2 stiano buoni sul carrello della spesa per ore è impensabile.
Dire: "Fai il bravo" implica che il bambino che sta semplicemente esprimendo le esigenze di un qualsiasi bambino sia cattivo. "Sempre la stessa storia"implica che voi vi aspettavate da lui che si comportasse "male" e quindi rinforza la sua mancanza di autostima. "Sei proprio un bambino capriccioso"significa che lui è così e basta, senza possibilità di replica: così sarà sempre "capriccioso" in ogni circostanza perché questo è ciò che vi aspettate da lui.
Suggerimenti: Fatevi aiutare dal vostro bambino a fare la spesa: "Che pasta compriamo oggi? Sceglila tu!" "Ma che bello questo giocattolo, guardalo pure, ma oggi non abbiamo i soldi per comprarlo. Se proprio lo desideri chiederemo a Babbo Natale di regalartelo! (o al compleanno, o in qualsiasi buona occasione)". I bambini, se parlate loro con rispetto, cioè sapendo che possono capire quello che spiegate loro, rispondono in modo così maturo che vi stupirete!
Se siete alla cassa e dovete fare la coda spiegatelo a vostro figlio: "Uffa guarda bisogna aspettare un po', lo so che è un po' noioso, anche la mamma è stanca, però dai raccontiamo una storiella, recitiamo una bella filastrocca, quando toccherà a noi mi aiuterai a mettere tutto nel carrello! Poi a casa ci mangeremo un bel gelato!"
Un bambino che sbaglia non è "cattivo": ha semplicemente agito in un modo che gli ha permesso di imparare a crescere.
Potete insegnare a vostro figlio a crescere imparando dagli errori e non ad avere paura del fallimento.
La sua forza non deriva da quello che fa, ma da se stesso!
Assicuratevi sempre che sappia che lo amate, che vi sta a cuore e quanto è importante per voi.
Accarezzatelo, coccolatelo anche senza un motivo preciso, ma naturalmente solo se in quel momento a lui fa piacere.
I bambini che hanno ricevuto elogi e amore incondizionato hanno maggiori possibilità di non dover cercare in ogni circostanza e in ogni momento l'approvazione degli altri. Ricordate che i pedofili agisco ed aprofittano proprio della bassa autostima nel bambino che lo spinge a cercare sostegno ed affetto in chiunque. I bambini con buona autostima vivranno quindi con più gioia e avranno più coraggio perché sapranno di essere importanti anche se commetteranno degli errori. Non saranno potenziali prede e vittime dei predatori di bambini.
Alcuni contenuti sono tratti dal sito www.bimbonaturale.org di Serena Rocchi
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Autostima, amare incondizionatamente, critica costruttiva.
La critica costruttiva:
Amare incondizionatamente e lodare sempre i vostri figli non significa però creare dei palloni gonfiati o delle vittime della società!.
I genitori che trovano scusanti ai fallimenti e agli errori dei figli pensando di promuoverne l'autostima si sbagliano di grosso: se prendono un brutto voto è colpa dell'insegnante, se non vengono presi nella squadra di calcio è l'allenatore che non capisce niente, se un bambino non vuole giocare con loro è maleducato, etc...
"Salvare" i propri figli dalla delusione di certo non li aiuta, poiché i bambini, anche piccoli, devono avere delle responsabilità e imparare a rispondere ai propri impegni.
Se hanno preso un brutto voto non significa che sono "asini" ma sicuramente non avranno studiato abbastanza o nel modo giusto!
Allora spieghiamoglielo: "Non sono per niente contenta della tua insufficienza. Però ho appezzato che tu sia venuto a dirmelo, vediamo un po' insieme cosa potresti fare per riparare..." "Non ti hanno fatto giocare oggi, mi dispiace molto. Ma magari potremmo parlarne con l'allenatore, forse se ti impegni di più la prossima volta di farà giocare" "Lo so che la tua insegnante non ti piace, ma è la tua insegnante e tu hai il dovere di rispettarla e di studiare la sua materia, vedrai che impegnandoti la situazione migliorerà"
Consigli pratici.
Ricordiamo che:
1. la critica deve sempre contenere un riconoscimento e una lode "sei stato coraggioso a provarci!"
2. la critica deve essere rivolta a una azione non alla persona "purtroppo questa volta non ci sei riuscito"
3. la critica ha come obiettivo la correzione di un comportamento o una attività e deve offrire un aiuto "forse se fai così la prossima volta andrà meglio"
Le critiche e i rimproveri possono essere dei momenti molto formativi se diventano anche occasione per lodare i nostri bambini (ricordando per esempio altre situazione in cui si sono comportati positivamente), per rassicurarli sul fatto che li amiamo e per rafforzare il loro senso di competenza (dall'errore nasce la capacità)
Ricordiamoci che il rimprovero non deve mai comunicare insofferenza e astio ed essere irrevocabile: dobbiamo sempre dare la possibilità al bambino di dimostrarci che sa fare meglio!
Se vi ha fatto molto arrabbiare, invece che usare parole dure contro la sua persona, dite "Sono veramente fuori di me per la rabbia! Adesso la mamma si calma un po' e poi parliamo di come potrai rimediare a quello che hai fatto!" ma appena vi siete calmate e avete discusso con lui, abbracciatelo e coccolatelo: ha sbagliato ma può rimediare o, comunque, imparare che quel comportamento in famiglia non viene accettato.
Educare figli responsabili
Far vivere i bambini in un ambiente positivo non significa eliminare l'insuccesso, gli errori, le critiche, la responsabilità.
Al contrario, serve proprio per creare figli responsabili.
Purtroppo uno degli errori più frequenti oggi è essere rigidi su cose sulle quali si potrebbe transigere ed invece transigere su cose che sono assolutamente imprescindibili: i bambini di oggi sono costretti a vivere fin da piccolissimi e per molte ore al giorno lontani da mamma e papà, non devono piangere, non devono essere presi in braccio sennò si viziano, devono essere staccati subito dal seno, devono essere indipendenti... ma queste sono cose che non si possono e non si devono chiedere a bambini di pochi anni!
Può essere che il vostro bambino accetti rassegnato una situazione del genere per i primi anni, ma inevitabilmente la "mancanza di sicurezza" che ne deriva porterà a lacune ben più gravi negli anni a seguire portando i genitori a dire: "Ma come, è sempre stato così bravo" "Ma come, ha sempre dormito da solo nel suo lettino" "Ma come, non ha mai fatto capricci" "Invece adesso..."
Al contrario viene loro permesso di guardare la TV anche molte ore al giorno, di guardare programmi per adulti, di andare a letto tardi la sera, di avere tutto quello che vogliono, di non dire mai "per favore - grazie", di non fare i compiti da soli, di essere scortesi, di non aiutare e collaborare in famiglia... Semplicemente perché i genitori sono troppo stanchi e troppo impegnati per proibirlo.
Dobbiamo esserci per i nostri figli, se possibile passare molto tempo con loro, giocare insieme a loro, farli partecipare alla vita domestica e familiare, amarli, coccolarli, accarezzarli!
Solo così potete mettere sulle loro spalle la responsabilità di ciò che accade nel loro ambiente: il bambino fin da piccolo deve imparare che lui è responsabile dei propri errori e che il primo a esserne danneggiato è proprio lui.
Invece che rimproverare usando condizionamenti e minacce "Se lo fai di nuovo ti arriva una sculacciata!" "Se non ti comporti bene a natale niente giocattoli!" insegniamo ai bambini a prendere decisioni che influiscano positivamente sul loro mondo:
* Cerchiamo prima di tutto di prenderci noi adulti le nostre responsabilità, noi siamo per loro l'educazione vivente.
* Evitiamo di fornire loro scuse per fuggire dalla responsabilità: "Sei troppo piccolo" "Non potevi fare altro" "Non è colpa tua" "La maestra è troppo dura"
* Correggiamo i nostri bambini quando usano queste espressioni.
* Cerchiamo soluzioni, non colpevoli.
* Facciamo in modo che i nostri figli non debbano avere paura di dire la verità: "Non sono contento di quello che hai fatto, ma sei stato bravo a dirmi la verità, adesso pensiamo a come rimediare"
* Evitiamo di sostituirci a loro in compiti e doveri.
* Ammettiamo che è possibile sbagliare e che non bisogna avere paura di ammetterlo.
* Affrontiamo le situazioni difficili invece di fuggire.
* Spieghiamo con tranquillità ai nostri figli dove hanno sbagliato secondo noi e aiutiamoli a trovare soluzioni per rimediare.
* Permettiamo ai nostri figli di esprimere le proprie opinioni e difendere il proprio punto di vista senza farli sentire stupidi.
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LEGGE 4 maggio 2009 , n. 41
Istituzione della Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia. (09G0049)
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